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   Nel maggio del 1942 fui trasferito sull’aeroporto di Pisa come istruttore presso il 3° Nucleo Addestramento Aerosiluranti.
   Sul campo toscano trovai parecchi fra i miei vecchi amici di Rodi. Fra gli altri, il magg. Di Luise cui era stato affidato il comando della scuola. Un comandante inflessibile. Alle sette del mattino dovevamo essere tutti con l’aereo in linea di volo e, con una pausa di qualche ora, seguitare fino al tramonto. L’aeroporto era vastissimo e molto vicino al mare. Su di esso gli allievi si esercitavano a partire con gli aerei sovraccarichi; sul mare venivano iniziati ai segreti dell’avvistamento e dell’attacco, imparavano a lanciare il siluro contro una nave-bersaglio che a questo scopo incrociava permanentemente a largo.
   Il momento conclusivo di quel faticoso addestramento prevedeva la soluzione di un problema non facile: si trattava di individuare esattamente il bersaglio e portare la rotta della nave a incrociarsi con quella dell’aereo sotto un angolo determinato. Istruttore e allievo erano tenuti in quegli istanti alla più stretta collaborazione.
   “Altezza e direzione favorevoli per il lancio”, avvertiva l’istruttore. “ Va bene!”, assentiva l’allievo. L’aereo proseguiva sicuro, in perfetta linea di volo, fino a quando, valutata la distanza e l’angolo della nave (Beta) sull’apposito traguardo, l’istruttore toglieva la sicura, manovrando la leva di un siluro tutt’altro che pericoloso, dove la carica di esplosione era stata opportunamente sostituita con un peso inerte. La velocità, la direzione e tutte le altre caratteristiche erano invece quelle regolamentari. Il lancio era regolato in modo che l’arma passasse sotto lo scafo; il siluro veniva così recuperato ed utilizzato nelle esercitazioni successive.
   La manovra si ripeteva ogni giorno con esasperante monotonia. Alla scuola di addestramento rimasi per quattro mesi: quattro mesi durante i quali furono lanciati moltissimi siluri da esercitazione e pochi, per la verità, siluri veri. Per quanto mi riguardava, alternai sempre alle fatiche della scuola i voli di guerra e rinunziai così definitivamente alla speranza di un riposo che pure avevo meritato.
   Gli allievi conoscevano ormai perfettamente il funzionamento e le caratteristiche di quei siluri. Li avevano battezzati con dei nomi strambi, li consideravano qualcosa come dei vecchi amici. Tutto andava per il meglio fino a quando le superiori gerarchie non decidevano di far presenziare i lanci da una speciale commissione di ufficiali. Inevitabilmente, in quelle occasioni, nell’ansia di fare tutto alla perfezione i futuri aerosiluratori si impaperavano con risultati spesso poco buoni.
   Difficile era anche prendere confidenza con il mare. Bisognava imparare a navigare a bassissima quota, quasi sul pelo dell’acqua, per essere pronti all’occorrenza ad assalire il nemico di sorpresa e non dargli il tempo di organizzare la difesa. Tutto questo si chiamava “far pattuglia col mare”: era l’arma segreta degli aerosiluratori.
   Un addestramento di questo genere chiedeva ad istruttori ed allievi la massima dedizione e la massima disciplina. Un allenamento continuo, tenace, spossante. Un aerosiluratore provveduto ed esperto era il frutto di un lavoro fra i più complessi ed impegnativi. Piloti si nasce, probabilmente, ed aerosiluratori si diventa. E non pochi fra i piloti da bombardamento su cui la nostra Aviazione poteva contare nell’anno di grazia 1942 vennero alla scuola di Pisa per arricchire le proprie possibilità circa la tecnica dell’aerosiluramento. Soldati provati a tutti i rischi e capaci delle imprese più audaci venivano ad allenarsi con noi, come i più umili e volenterosi allievi.
   Quanto a me, confesso che non fui tra gli istruttori più disciplinati e pazienti. Tutt’altro. Una di quelle settimane mia madre e mia sorella vennero a trovarmi e profittando della possibilità di stare con me la sera, decisero di trattenersi qualche giorno a Pisa. Al mattino si trasferirono sulla spiaggia di Viareggio, affollatissima di bagnanti. Ebbi un’idea: sarei passato con l’aereo sulle loro teste… per salutarle. Pessima l’ispirazione. Comunque fino ad un certo punto l’impresa procedette senza incidenti di rilievo. Passai sulle cabine infuocate dal sole a bassissima quota, mi allontanai di qualche centinaio di metri, tornai a passare sull’arenile. Finalmente, per avere la certezza d’esser notato…, decisi di effettuare una puntata. Accaddero così alcune cose che non avevo previsto. Nel riprendere quota rovesciai con il vento delle eliche un ombrellone; il caso volle che la sua ombra proteggesse dalle insolazioni la moglie ed i figlioli dell’alto ufficiale che comandava la 3a Squadra Aerea… da cui dipendeva la mia scuola. Come se questo non bastasse, l’ombrellone ospitava anche un generale d’Aviazione. Ancora una volta dovevo fare i conti con l’imprevisto.
   L’esito di quell’impresa mi procurò una severa deplorazione da parte del mio comando e un mese di “fortezza” da scontare a guerra finita. Un’azione di guerra brillantemente condotta qualche tempo dopo mi avrebbe risparmiato questa umiliazione. La pena mi fu condonata.

                                                                                        Col. M.O.V.M. Giuseppe Cimicchi