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   Ero un giovane tenente da poco promosso quando fui trasferito all’aeroporto di Pisa, dove ritrovai il mio diletto velivolo Ro.1 nella versione “bis”, più potente e veloce.
   A causa della scarsità di ufficiali in servizio permanente effettivo mi venne subito affidato il comando interinale di una delle due Squadriglie presenti, la 28a.
   Di colpo, nonostante la mia inesperienza della vita di reparto, mi trovai a capo di un centinaio di uomini, piloti, specialisti ed avieri, di 12 magnifici Ro.1bis ad elica quadripala, nuovi, i quali superavano i duecento chilometri orari, e di alcuni aeroplani leggeri Ro.5, Breda 15, AS.1, che venivano usati per i collegamenti e per le ispezioni ai campi di fortuna sparsi nella regione.
   Avevo il mio bel da fare, e il maggior lavoro me lo dava il personale. C’erano alle mie dipendenze anziani marescialli con trent’anni di servizio militare e assai più esperienza di me, sui quali la mia autorità doveva imporsi con tatto e diplomazia, c’erano serpentini pivelli bisognosi di guida e di consiglio da istruire ed addestrare. Generalmente erano bravi soldati, volenterosi, sensibili ai motivi ideali del mestiere, pronti ad accettare senza contestazioni i sacrifici richiesti dal servizio e a farsi in quattro per far ben figurare la loro Squadriglia, ma bisognava naturalmente dirigerli, controllare e stimolare il loro senso del dovere; molto raramente capitava un lavativo da sorvegliare e tenere a freno.
   La vita di reparto mi piaceva molto. Sull’aeroporto, sede allora del 62° Gruppo Osservazione Aerea, vivevamo in trecento: una piccola collettività affiatata, unita, ben organizzata, un piccolo mondo di uomini attivi ed operosi. La Squadriglia era come una famiglia, i cui membri si volevano bene e si aiutavano a vicenda; ognuno aveva il suo ruolo, il suo compito preciso e faceva del suo meglio perché gli aeroplani fossero sempre efficienti, le armi pronte per l’uso, gli animi sereni e preparati all’impiego.
   La mattina presto gli uomini di manovra schieravano gli apparecchi sul gran piazzale delle aviorimesse, i motoristi completavano i rifornimenti e provavano i motori, i marconisti, i fotografi, i montatori, gli armieri mettevano a punto gli impianti e le installazioni di bordo. Poi gli aerei decollavano per le loro missioni. Dovevo stare attento a regolare i turni di volo con imparzialità per evitare musi lunghi poiché tutti volevano volare, si offendevano se lasciati a terra quando ritenevano di essere di turno, c’era un grande entusiasmo per il volo, il “volo premio” era addirittura la più ambita ricompensa per gli avieri “di governo” che non avevano obbligo al volo.
   Si volava molto: esercitazioni e manovre in cooperazione con l’Esercito, rilievi fotografici e fotogrammetrici, tiri, voli di navigazione, voli in formazione, doppi comandi per gli addestrandi, voli prova-motore e prova-apparecchio con gli aerei che avevano subito riparazioni.
   Quella intensa attività era esaltante ed era bello volare sulla mia Toscana, dal mare agli Appennini, dalle Alpi Apuane al Monte Amiata, sui familiari paesetti della Val d’Era, sulle isole dell’Arcipelago.
   La giornata passava in un lampo. Poi, se non c’erano voli notturni in programma, l’orario di lavoro aveva termine. Il subalterno di picchetto e il capitano d’ispezione restavano in campo anche la notte, ma gli altri ufficiali tornavano a casa loro, in città; in aeroporto non c’erano alloggi per gli ufficiali. Quelli scapoli avevano la mensa serale all’Hotel Nettuno, il più elegante di Pisa. La cena al Nettuno era sempre un’allegra festicciola, si brindava per ogni compleanno, per ogni promozione, per ogni scampato pericolo. Eravamo ben accolti nei circoli cittadini e nelle famiglie, specie quelle con ragazze da marito, perché la divisa godeva di gran prestigio; avevamo una barcaccia al teatro, andavamo ai balli, ai veglioni col nostro comandante in testa, un giovane maggiore scapolo, valentissimo pilota. Ogni tanto organizzavamo una festa al Circolo Ufficiali dell’aeroporto: venivano le autorità cittadine e soprattutto tante ragazze. Il mio appartamento in città aveva l’ingresso indipendente, era provvisto di grammofono a manovella coi dischi delle canzoni in voga, di un mobiletto bar e del necessario per ricevere amici ed amiche. Non conoscevo le preoccupazioni finanziarie perché dovevo pensare solo a me stesso, i soldi mi avanzavano, per 1.500 lire m’ero comprato una motocicletta Triumph da 277 mm “usata” e me ne servivo per qualche gita presso la mia Montefoscoli e, nella buona stagione, a Viareggio dove avevo altri amici ed amiche.
   I miei colleghi ed io ci dedicavamo alla nostra attività con passione e l’aureola del rischio che la nobilitava ci procurava il rispetto e la considerazione della gente. Il solo turbamento era quello causato dagli incidenti di volo che succedevano di quando in quando. Il rischio esisteva. Le percentuali delle perdite di personale navigante per incidenti di volo erano allora assai alte; sulle buste-stipendio, ogni 27 del mese, trovavamo una trattenuta per “corone funebri”.
   Il Ro.1 era un buon apparecchio ma anche con questo ottimo biplano il fattaccio capitava ogni tanto. A volte sembrava che l’incidente fosse una cosa da nulla, una banale imbardata, una lenta cappottata. Correvamo a soccorrere l’infortunato pensando di sfotticchiarlo allegramente per la “schiappinata” commessa e lo trovavamo già morto, col cranio fracassato o col torace sfondato dalla cloche. Altre volte sembrava si trattasse di un incidente grave, una scivolata d’ala in partenza, una cappottata violenta; l’autoambulanza, il carro-attrezzi e l’autopompa sfrecciavano sul luogo del disastro, ci aspettavamo di trovare l’equipaggio sfracellato e, invece, lo vedevamo uscire incolume dai rottami… Questione, come sempre, di fortuna!

                                                                                          Gen.S.A. Francesco Pierotti